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Alessandro Tich
Direttore Responsabile
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Telefonini: frode colossale smascherata a Nove
La Guardia di Finanza scoperchia il giro illecito di una piccola s.r.l. novese attiva nel commercio di cellulari: riscontrati un giro d'affari annuo di 70 milioni di euro, evasione dell'IVA per 47 milioni e false fatture per mezzo miliardo
Pubblicato il 17-12-2011
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I numeri sono da capogiro: un giro d'affari annuo di 70 milioni di euro, fatture false per mezzo miliardo di euro, 47 milioni di euro di IVA evasa.
Non stiamo parlando di una multinazionale dell'illecito, ma di una piccola s.r.l. ubicata nel Comune di Nove - la Pr s.r.l. con sede in via Martini - operante nel settore del commercio di telefonini. Due soci, sei anni di attività, una sola impiegata e una sede di appena 40 metri quadrati con un attiguo garage adibito a magazzino. Eppure quel ristretto locale era il quartier generale di una colossale e reiterata frode scoperchiata, dopo accurate indagini, dalla Guardia di Finanza di Vicenza.
Nell'ambito di più ampi controlli sul mercato high-tech - particolarmente a rischio di infiltrazioni illecite, vista l'estrema rapidità della movimentazione delle merci - le Fiamme Gialle hanno individuato la società a responsabilità limitata, con sede appunto a Nove, che nel giro di solo cinque anni era riuscita a sviluppare un giro d'affari rilevantissimo, giunto oggi a circa 70 milioni di euro all'anno.

Clamoroso esito della complessa indagine del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Vicenza
A insospettire gli investigatori è stato però il riscontro che il “guadagno” medio della società, a fronte della rilevante mole di compravendita di merce, era estremamente basso: appena attorno all'1%.
Sono quindi scattati gli accertamenti - ad opera dei verificatori del Nucleo di Polizia Tributaria, coordinati dalla Procura della Repubblica di Bassano del Grappa, nelle persone del procuratore capo Carmelo Ruberto e del sostituto procuratore Giovanni Parolin - che hanno permesso di smascherare il gigantesco business.
I lotti di telefonini - comprati e venduti in decine di operazioni sviluppate ogni giorno - non venivano acquistati dai distributori ufficiali, ma da una rete di anonimi fornitori, ubicati in tutta Italia, che presentavano le stesse caratteristiche della s.r.l. novese: società nate dal nulla, subito protagoniste di uno start-up brillantissimo ma con solidità patrimoniale del tutto esigua. Si trattava in realtà di società “cartiere”, riconducibili a soggetti pregiudicati, stranieri o a prestanome vari, tutti privi di esperienze imprenditoriali.
Tramite le società fittizie - caratterizzate dall'omissione delle dichiarazioni e dalla mancanza dei versamenti dell'IVA - era stato messo in piedi un articolato sistema di scatole cinesi: ben 49 fornitori, a cui la società indagata si rivolgeva per l'85% dei propri acquisti, svolgevano infatti il ruolo di “filtri”. Si interponevano, cioè, nei passaggi di compravendita tra la società stessa e ulteriori società “cartiere”, rendendo ancora più intricata la “rete”.
E qui scattava il trucco: tutte le “cartiere” a monte della catena commerciale evadevano sistematicamente l'IVA, arrivando a “scontare” i telefonini anche del 20%. Attraverso tale illecito giro di acquisti, la società novese riusciva quindi a disporre di telefonini a prezzi molto vantaggiosi e poteva rivenderli, a prezzi altrettanto competitivi, ad altri operatori economici.
Le “cartiere” a monte della frode, come sempre, avevano una vita breve. Dopo aver accumulato un consistente debito IVA non versato all'Erario, nel giro di pochi mesi cessavano ogni attività, facendo sparire le proprie tracce e spesso distruggendo la documentazione contabile.
Ma il “colpo di genio” al centro della colossale truffa è un altro: nella maggior parte delle transazioni, infatti, la merce non veniva fisicamente movimentata in corrispondenza dei passaggi “fatturati”, ma la stessa rimaneva depositata presso alcune società logistiche, senza mai entrare nella disponibilità fisica dei vari soggetti che ne gestivano la compravendita. La srl di Nove, inoltre, pagava molto di frequente i propri fornitori con “bonifici urgenti” e talora anche in anticipo per consentire loro di far fronte all'acquisto dei medesimi telefonini da loro stessi rivenduti. In questo modo la merce, pur non spostandosi dai magazzini, continuava a “girare” più volte attraverso le stesse “cartiere”.
Un meccanismo alla base di un vorticoso giro di fatture per operazioni fittizie, quantificabile in circa mezzo miliardo di euro. Le fatture contestate alla società indagata ammontano, in particolare, ad oltre 236 milioni di valore imponibile. Contestata inoltre alla società medesima - attraverso i “filtri” dei fornitori fittizi - un'evasione dell'IVA di ben 47 milioni di euro.
In relazione ai fatti contestati, i due soci della s.r.l. - amministratori di diritto e di fatto della società - sono stati denunciati per il reato di utilizzo di fatture per operazioni inesistenti.
Ma questa, a quanto pare, è solo la punta dell'iceberg. Nel corso degli accertamenti i finanzieri di Vicenza hanno infatti riscontrato la contestuale presenza di ulteriori indagini condotte da altri reparti della Guardia di Finanza e di verifiche eseguite dall'Agenzia delle Entrate a carico di altri “anelli” della filiera: in ben 18 casi è stata appurata la sussistenza di separati procedimenti penali avviati da altre autorità giudiziarie (in Emilia Romagna, Lazio, Marche, Umbria e Trentino Alto Adige) sempre per i reati di utilizzo ed emissione di fatture per operazioni inesistenti.
L’indagine delle Fiamme Gialle vicentine ha messo in in luce la diffusione di un vero e proprio “sistema” finalizzato all’acquisto di telefoni cellulari al “netto” dell’IVA, evasa nei passaggi tra le imprese coinvolte nella frode.
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