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Una chiacchierata dai toni informali, per parlare dello stato di salute del giornalismo italiano attraverso esempi presi da fatti di cronaca attuale o del recente passato, con riferimenti alle vicende che lo hanno toccato personalmente.
Si potrebbe sintetizzare così ciò che è avvenuto ieri sera nella Galleria Conferenze di Largo Corona d'Italia, dove il fondatore del TG 5 ed ex-conduttore di "Matrix" Enrico Mentana ha presentato "Passionaccia", libro che raccoglie riflessioni ed emozioni di una carriera giornalistica che dura ormai da trent'anni.
"La Passionaccia è quel sentimento fortissimo che ti fa amare alla follia il lavoro che fai. Che ti fa desiderare, quando sei giovane, di fare solo ed unicamente quel lavoro. Quando tu decidi di fare il giornalista, e decidi di farlo senza avere la pretesa di servire una particolare causa, affronti quello che i medici realizzano con il Giuramento di Ippocrate: prometti a te stesso ed al tuo pubblico di voler dare la notizia in maniera pulita, neutrale, obbiettiva ed accessibile a tutti. E' una funzione importante, con un grande potere, a patto che non venga svolta come oggi viene utilizzato il potere".

Enrico Mentana con il Direttore di Bassanonet Alessandro Tich, presentatore della serata.
Un tipo di atteggiamento che induce a riflettere anche sulla presunta limitata libertà di stampa che affligge il nostro Paese: "In Italia libertà di stampa ce n'è a volontà, - spiega Mentana - io stesso ho potuto mandare avanti per 13 anni il TG 5 senza la minima intrusione aziendale: è la volontà dei giornalisti di mettere la faccia in quello che fanno a mancare, molte volte. Io, personalmente, l'ho fatto ed ho accettato di pagarne le conseguenze perchè mi sono battuto per quello che ritenevo giusto. Odio il vittimismo e rido quando qualcuno mi paragona ad un martire: ho avuto una vita professionale che mi ha dato tanto e ho potuto permettermi il lusso di fare una scelta di principio, subordinando a questa l'aspetto economico".
Non sono mancati i riferimenti allo scenario politico italiano, sempre più intrecciato ai destini di televisione e giornali, di cui Mentana è osservatore privilegiato ormai da lungo tempo: "Non ho paura di dire quanto mi spaventi sempre di più leggere i principali quotidiani italiani: è tutto talmente scontato e prevedibile che ognuno di noi può indovinare i titoli delle prime pagine il giorno prima, con scarsissime possibilità di sbagliare. Questo è dovuto alla diffusione dei cosiddetti 'editori impuri', personalità che non vivono di sola editoria, ma che affiancano ad un'attività del genere altri mestieri ben più redditizi e socialmente influenti".
E a chi vede il suo allontanamento da Mediaset come "punizione" per aver cercato di mantenere un atteggiamento indipendente rispetto al "padrone", il giornalista risponde: "Tutto finisce. Fa parte della scommessa che sta all'origine del nostro lavoro. Durante il mio periodo di direzione del telegiornale di Canale 5 si sono succeduti dieci Direttori del TG 1. Un buon giornalista si porterà sempre dietro uno zoccolo duro di lettori o telespettatori e di conseguenza la possibilità di continuare a lavorare. La condotta che per alcuni ha causato il mio allontanamento è lo stessa che ho tenuto fin dal mio terzo giorno di lavoro a Mediaset, diciotto anni orsono. La situazione è cambiata quando mi sono reso conto di come il pensiero all'interno dell'azienda si stesse uniformando ed appiattendo, come non ci fosse più quella pluralità di voci ed opinioni cui il giornalismo non può proprio rinunciare".
Tante cose sono cambiate negli ultimi anni: l'inasprimento dello scontro politico ha portato ad una radicalizzazione della lotta per il controllo dei mezzi d'informazione. Quello che per Mentana deve restare costante ed essere la 'stella polare' del giornalista è il contatto con la gente comune: "Spesso chi fa questo mestiere pensa che il suo riferimento debba essere per forza il grande politico, la personalità di potere: questo innesca un meccanismo di compiacenza che trascura inevitabilmente quello che per me dev'essere il destinatario privilegiato di chi vuole fare informazione, e cioè la gente comune, coloro che vogliono semplicemente sapere quello che succede nel nostro Paese e nel mondo. Perché, come ho scritto nel mio libro, penso che fare il giornalista sia il compimento di un sentimento che si alimenta solo con la curiosità di capire, prima ancora che di spiegare".
E il giornalismo farà ancora la parte del protagonista Venerdì prossimo, quando il redattore de "L'Espresso" Stefano Livadiotti presenterà la sua inchiesta sul mondo della Magistratura, in una serata che, alla luce dei recentissimi avvenimenti sull'asse Governo-Corte Costituzionale, si presenta avvincente più che mai.
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