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Record di presenze a Palazzo Roberti per la presentazione dell'ultimo libro di Paolo Cirino Pomicino

Pubblicato il 15-10-2023
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Un salto indietro nella Prima Repubblica (Andreotti, Craxi, Sigonella, Arafat, Olp... tra i vari hashtag opzionabili) che ha appassionato quasi trecento persone, o giù di lì, venute in un caldo sabato di ottobre ad ascoltare nella sala grande di Palazzo Roberti l’inossidabile Paolo Cirino Pomicino, autore de “Il grande inganno. Controstoria della Seconda Repubblica”.

Un successo di pubblico, in parte inaspettato (tante le manifestazione in città, a partire dal 40° Rally città di Bassano, che avrebbero potuto togliere appeal all’evento), tutte le copie del libro vendute. Un microcosmo variegato di attenti ascoltatori, molte teste canute ma anche tanti giovani, ha seguito con attenzione ‘O ministro nel suo racconto appassionato delle grandi anomalie politiche che hanno contraddistinto il passaggio italiano dalla Prima alla Seconda Repubblica. Potente presidente della commissione bilancio della Camera (1983-1987), ministro della Funzione pubblica (1988-1989), ministro del Bilancio e della programmazione economica (1989-1992), Paolo Cirino Pomicino (classe 1939) è uno degli ultimissimi grandi capi Dc rimasti sulla breccia.

Marino Smiderle, Paolo Cirino Pomicino e Luigi D'Agrò


Partiamo con il “chi c’era”. Organizzazione: Luigi D’Agrò, gran cerimoniere delle giornate della memoria scudocrociata a Palazzo Roberti (Follini, Segni, Rotondi in absentia), moderatore dell’evento Marino Smiderle, direttore del Giornale di Vicenza. Amministrazione: presente la giunta con Elena Pavan e Giovanella Cabion in prima fila, più il vicesindaco Andrea Zonta. Nelle retrovie: l’ex sindaco diccì Giampaolo Bizzotto, Stefano Cimatti, Germano Racchella, Cristiano Montagner, Federica Finco, Roberto Volpe, l’ex presidente del consiglio comunale, il professor Carlo Ferraro, e in quota “industria ed economia” il Ceo della Baxi, l’ingegner Alberto Favero. E poi l’ex vicequestore di Vicenza Alessandro Campagnolo, Vincenzo Riboni, il diplomatico Mario Francesco Ioppolo, il direttore d’orchestra Roberto Zarpellon. Sparsi nella sala Dino Secco, l’ex sindaco di Thiene Gianni Casarotto, Giuseppe Sbalchiero, Fulgenzio Bontorin, Camillo Cimenti, Giuseppe Saretta e Giuseppe Dal Maso. Un salone trasversale, destra, centro, sinistra, prima, seconda e terza repubblica, vecchie glorie e quarantenni in carriera come l’ex sindaco di Scorzè Giovanni Mestriner e la consigliera regionale del Pd Chiara Luisetto.

Cirino, mezzo veneto. «Ho un cuore nuovo, un rene nuovo, entrambi i donatori erano veneti. Per questo sono mezzo veneto anch’io. La cultura del dono non può che essere l’esempio della grande generosità dei veneti».

Il grande inganno. Controstoria della Seconda Repubblica. Incalza “Geronimo”, il nom de plume giornalistico di Cirino Pomicino: «Perché ho scritto questo libro? Per combattere la falsa narrazione di questi ultimi trent’anni, dieci in più del fascismo, che hanno riscritto la storia della Prima Repubblica sul debito pubblico, sulla pressione fiscale, sulla ricchezza degli italiani. Oggi abbiamo più debito di prima, più pressione fiscale e gli italiani si sono impoveriti. La Finanziaria di oggi è uguale a quella di ieri, a quella dell’altro ieri e a quella di domani. Fatta di piccole cose che non cambiano i problemi, senza visione, generatrice solo di debito».

I tre mostri da sconfiggere. «La verità? Abbiamo lasciato un’Italia migliore di quella che c’è oggi, al netto di tutte le falsità dette in questi anni. Nonostante, almeno fino alla fine degli anni Ottanta, avessimo avuto da combattere tre mostri, tre nemici mortali: un’inflazione a doppia cifra, le Brigate Rosse e lo stragismo eversivo di destra che miravamo a distruggere il Paese. Voi pensate davvero che fino al 1992 il Paese sia stato governato da mafiosi e corrotti?».

I partiti. «Non c’è alternativa ai partiti, se non ci sono comandano altri poteri, come è avvenuto in Italia negli ultimi decenni. Senza partiti, senza cultura politica, siamo destinati al baratro e a disastri economici. La partecipazione popolare è il vero puntello per tenere in piedi le democrazie. I partiti devono ritrovare due stelle polari: la democrazia interna con cariche contendibili, altrimenti diventano partiti personali, e una cultura politica di riferimento, altrimenti diventano comitati elettorali. La Seconda Repubblica si è basata sul reclutamento cortigiano della classe politica (applausi scroscianti dal fondo della sala…)».

La Lega. È il partito più antico del Parlamento, ha una classe dirigente locale di livello ma è schiacciata dal personalismo. Si rifà ad una cultura politica ben precisa, mi dite voi cosa c’entra con il sovranismo? (Chiosa il direttore Smiderle: “Questo è un appello ai cavalli di razza della Lega…”). Io ho fatto vent’anni vicino a Giulio Andreotti in assoluta libertà di pensiero e di azione. Come facevamo a stare tutti assieme nonostante le lotte di potere? Perché le minoranze erano sacre, c’erano sensibilità diverse ma una cultura politica comune. Nessuno è stato mai cacciato dalla Dc».

La massima. «Il peggior governo politico è migliore di qualsiasi altro governo tecnico».

Politica estera. Oggi come si potrebbe fare la politica estera dell’Italia con la diplomazia della Prima Repubblica? «L’Italia dei partiti è sempre stata filo atlantica, legata agli Stati Uniti, ma non si è mai piegata e soprattutto ha sempre fatto politica estera. Giulio Andreotti ha coltivato rapporti stretti con esponenti politici di primo piano del Medio Oriente. Più volte Andreotti e Craxi hanno avvertito Gheddafi dei bombardamenti americani in arrivo salvandogli letteralmente la vita in più di un’occasione. Andreotti diceva agli americani: senza Gheddafi la Libia esplode. Andreotti e Craxi parlavano con il Presidente degli Stati Uniti ed erano ascoltati, almeno fino alla stagione di Bush padre. Oggi l’obiettivo è la pace, bene, ma come ci si arriva? Serve recuperare i pochi elementi di stabilità rimasti».

L’elettroshock per il debito. «Avete sentito un’idea per affrontare il problema del nostro debito pubblico? Un’idea politica che sia una? Io no, incalza Pomicino. La mia proposta è semplice: dobbiamo chiedere soldi a chi li ha. Non con la patrimoniale, non farebbe altro che far fuggire i capitali. Come? Persone fisiche e società danno un contributo al bilancio del Paese con un importo variabile, da modellare, dai 30 mila euro fino ai 10 milioni di euro. In cambio avranno cinque anni senza accertamenti fiscali, a condizione che il privato o l’azienda presentino redditi e fatturati in crescita del 2% all’anno. La stima che ho fatto è di 120 miliardi di euro di gettito e una crescita economica garantita».

Massima numero 2. «Anche in politica la sincerità è la migliore delle furbizie».

L’intervento del pubblico. Verso la fine arriva il turno delle domande dal pubblico. Dalle ultime postazioni si fa avanti un neopensionato, abbronzato, tatuato e super trendy. Prende il microfono e chiede: perché dobbiamo morire democristiani? «Ma qui a dire il vero – risponde sornione Pomicino - vogliamo ancora tutti vivere democristiani. Riscoprite, e lo dico ai giovani amministratori, la bellezza della politica, per la quale si può anche morire».

Siccome senza il popolo non c’è democrazia e non si fa politica, bisogna chiedere al popolo un’impressione a caldo sulla bontà dei ragionamenti di uno degli ultimi grandi capi della Prima Repubblica. E chi meglio di Giuseppe “Pippo” Fraccaro”, onnipresente star del circuito social bassanese, seduto di fianco allo scrivente. Pomicino? «Vecchio marpione, gran signore della DC, molto, molto intelligente».

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