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Ho visto cose… Nuova sfida cronistica ai limiti del possibile: cercare di spiegare l’enigmatico spettacolo “Storia di un pedone bianco (innamorato) di una regina nera”, rappresentato a Marostica per il Centenario della Partita a Scacchi

Pubblicato il 05-09-2023
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È dura, la vita del pedone.
Puoi anche dare scacco matto ma sei comunque la “scartina” della scacchiera.
Rispetto a re, regine, alfieri e compagnia bella, per differenza di rango equivali al ragionier Fantozzi. Se poi sei un pedone che si innamora di una regina, è un flirt impossibile già in partenza. Talmente impossibile che ci hanno creato su una storia di profonda e intellettuale fantasia.

Roberto Ciufoli in scena alla Chiesetta di San Marco a Marostica

È il fil rouge attorno al quale ruota “Storia di un pedone bianco (innamorato) di una regina nera”, spettacolo dal vivo, con mostra collegata, rappresentato venerdì 1 settembre a Marostica all’interno del programma di celebrazioni per il Centenario della Partita a Scacchi.
Dell’argomento, presentandolo, si è già occupata con la solita e dettagliata precisione la nostra Culture Woman Laura Vicenzi nell’articolo “Il gioco di specchi nell’arte: tra pedoni bianchi e regine nere”, pubblicato lo scorso 17 agosto nella sezione Arte del canale Cultura di Bassanonet.
Sarò pertanto costretto a ripetere qualcosa che avrete già letto nel pezzo della collega.
Ma soprattutto, dopo l’analoga esperienza con le sperimentazioni artistico-performative di B.Motion Danza (leggasi o rileggasi il mio articolo di agosto “Norwegian Wood”) sono chiamato a una nuova sfida cronistica ai limiti del possibile: cercare di spiegare a chi ci legge, facendolo capire, l’enigmatico spettacolo a cui ho assistito, impossibile da comprendere senza una preparazione “a monte”.
Per la serie: ho visto cose…

Allora, partiamo dai fondamentali. Pronti? …Via!
“Storia di un pedone bianco (innamorato) di una regina nera” - titolo originale: “Storia di un pedone (bianco) e di una regina (nera)” -, per definirla esattamente, è una “azione poetica”.
È stata realizzata tra il 1967 e il 1968 (anno significativo, questo) ed è nata, prima di tutto, come un testo di poesia. Ma non pensate a Carducci o a Leopardi.
È poesia “visuale”, dove le parole sono esse stesse delle immagini, come la sceneggiatura di un film.
A idearla è stato Luciano Caruso (1944-2002), poeta d’avanguardia di origine campana, che ha costruito la storia di un amore impossibile tra un pedone bianco e una regina nera, riproponendo temi di grande attualità quali la diversità sociale o la differenza di genere e di razza e rappresentando una metafora della vita espressa attraverso i nomi e le immagini tratte dal gioco degli scacchi.
La peculiarità del pedone bianco? È la sua capacità di rispecchiare gli altri.
La sua pelle è uno specchio che gli permette di volta in volta di identificarsi con gli altri e di cambiare così la sua personalità, anche se alla fine (e qui devo fare una spoilerata) il suo proposito di conquistare la regina nera, fingendo di essere un altro e cioè un alfiere, non si realizzerà perché la regina si invaghisce dell’alfiere vero.
La “Mission: Impossible” del pedone innamorato viene elaborata da Caruso nella forma di un testo dattiloscritto senza interruzioni, con punteggiatura quasi inesistente (ad esempio, più spazi tra le parole al posto delle virgole) e del tutto svincolato dalle regole dell’ortografia, del tipo:
“il pedone-specchio crede di dominare gli altri e le cose la sua i
llusione di potenza si trasforma in arr
oganza”.
Tutto chiaro fin qui? Lo spero ardentemente.

Ma la “Storia di un pedone…ecc.”, in realtà, è una creazione a quattro mani.
Alle parole di Luciano Caruso si aggiungono infatti, “intersecandosi” nel testo, i simboli grafici di Ugo Locatelli (1940), sperimentatore di immagini e ricercatore sui linguaggi visivi.
A metà del 1968 iniziano i contatti tra i due artisti con uno scambio vicendevole di lavori.
Ne nasce una proficua collaborazione a distanza che porta Locatelli a lasciare il suo segno nella poesia “visuale” sul pedone bianco stracotto della regina nera.
E benché i due non si siano mai incontrati di persona, ma abbiano tenuto solo contatti epistolari e telefonici, l’opera definitiva è costituita dall’insieme dei testi di Caruso e delle immagini di Locatelli, essenziali e stilizzate.
Il pedone, ad esempio, è rappresentato dalla sagoma di profilo dei vecchi segnali stradali di attraversamento pedonale.
All’interno degli stessi fogli del rotolo di carta che contiene il prodotto delle due menti artistiche, gli elementi simbolici del grafico accompagnano così le frasi del poeta unificando due linguaggi che, come la pelle del pedone, si rispecchiano tra di loro.
La creazione poetico-visiva è dunque il frutto di quella che oggi verrebbe chiamata una “sinergia” fra i due autori, entrambi fortemente interessati - come spiega Sonia Puccetti Caruso, presidente dell’Archivio Luciano Caruso di Firenze - ai “temi legati alla metafora dell’uomo specchio e al gioco dell’identità e dell’effimero in cui tutto scompare”.
Ci siete ancora? Benissimo: dai che andiamo avanti ed arriviamo finalmente a Marostica.

Lo spettacolo “Storia di un pedone bianco (innamorato) di una regina nera”, per la regia di Maurizio Panici e con l’interpretazione di Roberto Ciufoli, attore noto al grande pubblico televisivo come componente del quartetto comico “Premiata Ditta”, viene rappresentato, in prima nazionale, alla Chiesetta di San Marco.
Ma l’appuntamento è fissato un’ora prima alla Torre del Rivellino, nel cortile della Biblioteca Civica di Marostica. Qui infatti viene inaugurata una mostra dedicata a Luciano Caruso e Ugo Locatelli, aperta al pubblico fino al 10 settembre (orario 15-19).
L’esposizione, che si sviluppa sui tre piani della torre, presenta documenti d’archivio e opere provenienti dalla Collezione Bonotto - rappresentata all’apertura dal fondatore Luigi Bonotto e dal direttore di Fondazione Bonotto Patrizio Peterlini - e dall’Archivio Luciano Caruso, due tra i più importanti archivi italiani inerenti la poesia sperimentale internazionale.
Oltre all’edizione della “Storia di un pedone…ecc.” nella sua forma originale, è stata realizzata per l’occasione una nuova versione di grandi dimensioni (30 x 600 cm) su tessuto.
La mostra - curata da Sonia Puccetti Caruso, da Patrizio Peterlini e dallo stesso Ugo Locatelli - espone anche altre opere, illustrazioni e lettere tra i due artisti.
La stessa Torre del Rivellino è stata trasformata in una installazione a tema, con le due sagome del pedone di profilo e del volto della regina che si stagliano sulla struttura medievale.
Ma tutto il centro di Marostica è stato tramutato in una Zona Pedonale.
Dalla Biblioteca Civica alla Chiesetta di San Marco, il pubblico si trasferisce lungo un percorso obbligato “site specific”, sviluppato da Locatelli, con le due immagini del pedone e della regina (su pannelli auto-portanti e riprodotte in stencil sul manto stradale) a indicare la strada.

Non è la prima volta che l’impossibile e metaforica Love Story del pedone bianco, ripresa dal “rotolo” poetico originale, viene rappresentata in forma teatrale.
Era già accaduto nel 1968 a Napoli e nel 1978 a Firenze, a cura dello stesso Luciano Caruso.
A Marostica però, per il Centenario della Partita a Scacchi, Maurizio Panici e Argot Produzioni, in collaborazione con Teatris, ripropongono la storia con l’ausilio delle nuove frontiere “esperienziali” consentite dalla tecnologia.
La scenografia-installazione dello spettacolo ovvero “riattivazione poetica” in Chiesetta San Marco (visitabile fino al 10 settembre, orario 16-18) è curata da Ugo Locatelli assieme al regista: tra i suoi elementi anche un simulacro della regina nera, del grande scultore Arnaldo Pomodoro.
E tra quattro pannelli-display video e sopra un pavimento a scacchiera, nella serata del 1 settembre si svolge l’“azione poetica”. L’intero testo originale di Caruso, con i simboli grafici di Locatelli, scorre sugli schermi dei display affiancato dal sonoro della lettura sincronizzata, registrata dalla voce dell’attore.
L’elaborazione digitale dei materiali visivi e delle sonorità che ne segnano la narrazione fondono così scrittura, immagine e suono con l’intento di regalare un’esperienza “immersiva” allo spettatore.
In mezzo alla scena il “pedone” Roberto Ciufoli, con una veste bianca cosparsa di piccoli specchi quadrati, resta in silenzio perché parla già il sonoro delle parole-immagini della poesia visuale proiettate sugli schermi: l'attore accompagna il racconto con la mimica del viso e col linguaggio del corpo.
L’effetto è magnetico e volutamente criptico (traduco: la performance lancia dei messaggi, a voi pubblico la libertà di decifrarli). E alla fine il pubblico applaude.
Tuttavia, sarebbe davvero un’ardua impresa assistere allo spettacolo, godendone i raffinati concetti esistenziali, senza avere prima appreso e assimilato le informazioni alla base di un’azione poetico-visiva così sperimentale: equivarrebbe - ricordando nuovamente il grandissimo ragionier Fantozzi - alla visione di un film cecoslovacco, ma coi sottotitoli in tedesco.

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