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Alessandro Tich
Direttore Responsabile
Bassanonet.it
Special report
Toni di memoria
A seguito del nostro articolo sulla messa in vendita a Rubbio della proprietà con la Cava Dipinta, lettera-memoriale dell’artista Toni Zarpellon, creatore dell’opera. “La mia vita e la mia ricerca visiva continuano dopo le Cave di Rubbio”
Pubblicato il 22-08-2022
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“Ho profondo rispetto e gratitudine per tutti coloro che nel corso degli anni hanno scritto e parlato del mio lavoro: critici d’arte, filosofi, poeti, giornalisti che da formazioni culturali diverse si sono interessati alle mie ricerche visive interpretandole. Penso che siamo cresciuti insieme parlando e discutendo di arte, della condizione umana in un periodo storico come il nostro per certi versi così inquietante.”
È un passo della lunga lettera-memoriale che ho ricevuto via posta ordinaria nella casella postale della redazione di Bassanonet. Il mittente è Toni Zarpellon, il noto artista bassanese che ha fatto tante cose nella sua lunga e riconosciuta carriera artistica, ma che resterà negli annali principalmente come l’autore delle Cave di Rubbio.
Toni mi ha scritto dopo aver letto il mio articolo “Cava dolce Cava” in cui ho dato notizia dell’operazione immobiliare che ha messo in vendita la proprietà dell’area di Rubbio di Bassano che comprende, fra le altre cose, anche la celebre Cava Dipinta: una cava dismessa di pietra calcarea trasformata da Zarpellon in un suggestivo bestiario multicolore di forme umane e zoomorfe, che invitavano a riflettere sul primordiale ritorno all’essenza della vita, in contrapposizione alle bestialità della civiltà dei consumi.

Toni Zarpellon nel suo studio sulle colline di Marsan (foto Alessandro Tich)
Dal 1 gennaio 2018, come ho già riportato, l’artista ha smesso di occuparsi della cura e della manutenzione delle Cave di Rubbio, visitate in 29 anni da centinaia di migliaia di persone, lasciando che la natura se ne impadronisca di nuovo.
Ora l’inossidabile Toni, 80 anni compiuti lo scorso 5 luglio, vive e lavora nella sua casa-studio beatamente isolata e sperduta sulle panoramiche colline di Marsan di Marostica.
Qui è attorniato da “centinaia di quadri, disegni e sculture” che raccontano la sua storia e continua a dipingere, concentrandosi in particolare sulla sua feconda “mandria” di mucche stilizzate. E la sua creatività non finisce di ideare e di elaborare perché, come scrive: “un flusso di nuova energia ha iniziato a sprigionarsi dalla mia mente”.
L’operazione di compravendita della proprietà di Rubbio di Bassano apre un possibile spiraglio di recupero e di rinnovata fruizione pubblica della Cava Dipinta: ma questa è una nuova storia che potrà essere come potrà non essere scritta.
In un foglio a quadretti di accompagnamento alla lettera, scritto a mano, Toni Zarpellon mi ringrazia per l’articolo e riguardo alle Cave afferma: “Non mi rimane che assistere al loro destino.” E poi aggiunge: “Ti mando queste mie recenti riflessioni. La mia vita e la mia ricerca visiva continuano dopo le Cave di Rubbio.”
Le riflessioni costituiscono appunto il contenuto della lettera: sette pagine dattiloscritte, nel senso originario di pagine riempite con la vecchia e ormai desueta macchina per scrivere.
In tempi di pc, di tablet e di tastiere digitali, si tratta di un’autentica e sorprendente reliquia della comunicazione analogica.
È ovviamente impossibile riportare il testo intero della missiva: ne uscirebbe un articolo infinito. Ma ne scelgo e ne cito con piacere alcuni passaggi, significativi del modo di pensare e di porsi nei confronti della realtà di questo assoluto personaggio del nostro territorio.
Anche perché tra quei giornalisti che si sono “interessati alle ricerche visive dell’autore interpretandole” ci sono stato anch’io. In tante occasioni. Nei tempi della televisione si saliva a Rubbio col cameraman per intervistare Toni, oppure in visita di piacere nei fine settimana, e ogni volta l’incontro con l’artista dava sfogo a un dialogo, a un confronto, a un impegnativo ma piacevole approfondimento sulle domande della nostra esistenza e sulle inquietudini della civiltà contemporanea. Temi tosti, che ancora oggi alimentano i suoi interrogativi.
“Ho tagliato il cordone ombelicale che mi teneva legato e quindi dipendente ad una sorta di grembo materno protettivo e rassicurante rispetto al resto del mondo. Dall’alto della montagna lo contemplavo come qualcosa di estraneo da me. - scrive Zarpellon nella lettera riguardo alla fine della trentennale esperienza delle “Cave” -. Il ritorno al mio studio, la solitudine che ho provato dopo lunghi anni di comunicazione con migliaia di persone, mi ha imposto di rivedere il mio modo di concepire l’arte e il suo ruolo sociale.”
“Piano piano mi sto immergendo nella voragine del mio vissuto. Un vissuto nel vortice di esperienze tese alla scoperta di qualcosa all’esterno da me e che ora mi sono chiare nell’essere state di una delirante vitalità (…) - è un altro passo della missiva-memoriale -. Questo viaggio immaginifico si è concluso con le “Cave di Rubbio” facendomi toccare terra e sentirmi parte integrante della fisicità e realtà del mondo.”
“Proporsi e non vendersi è il modo più corretto per rendersi visibili affinché gli altri possano o meno aderire e riconoscere le proprie idee - è una frase che inquadra perfettamente l’etica creativa di Zarpellon -. In tutti questi anni ho esposto i miei quadri e disegni in molte mostre personali e collettive con l’urgenza di comunicare con le forme e i colori .”
Eppure l’autore che ha al suo attivo “tante mostre allestite e gestite in varie città” e continui incontri “con i critici d’arte, coi collezionisti, con i giornalisti e i media in generale” rivendica oggi l’esigenza di creare senza più rapportarsi direttamente a quel mondo.
“Dopo lunghi anni di frenetico e drammatico lavoro di ricerca visiva, sto rivedendo e mettendo in discussione il modo in cui ho vissuto il mondo dell’arte e della cultura - confessa l’artista -. Un modo che doveva concludersi con il giro di boa delle “Cave di Rubbio” con il conseguente mutamento antropologico nello scoprire una nuova dimensione mentale e fisica. Penso ciò derivi dall’aver tagliato tutti i tentacoli che mi tenevano dipendente dal mondo esterno.”
Ma il mondo esterno, nel frattempo, è radicalmente cambiato.
“La grande crisi economico-sanitaria causata dalla pandemia sta intaccando, oltre il sistema dell’arte, anche le certezze del trionfalismo industriale e consumistico già in discussione per le conseguenze nefaste sull’ambiente - osserva l’autore -. Il ricorso sempre più accelerato allo sviluppo tecnologico quale panacea per tutti i mali, sta costringendo l’uomo a vivere in uno spazio sempre più artificiale. Per tutti questi motivi sembra sia finita un’epoca e con essa anche il concetto stesso di estetica come scienza dell’espressione.”
Un ulteriore pretesto per slegarsi da tutti i lacci:
“Da sempre mi sono trovato a confliggere con un mondo e una società che non mi piaceva. Dove il rischio di essere omologato mi ha imposto una resistenza e una deliberata marginalità per evitare una ipocrita pacificazione in cambio di onori e vantaggi economici (…). Finora solo in questo modo ho potuto dare il meglio in una costante tensione verso l’assoluto che vuol dire sciolto da ogni legame.”
Ed è questa, in un mondo e in un’epoca di valori materialisti, l’essenza del fare arte.
“Troppe persone vedono il lavoro di un artista come qualcosa di “inutile”, che non serve, che se ne può fare a meno perché non dà risposte ai bisogni materiali. Senza capire, o meglio lo capiscono senza ammetterlo, che l’uomo non è solo un tubo digerente ma una complessa fusione di materia e di spirito, che la materia ha un’anima. E l’arte ha il compito di rendere visibile questo aspetto imprescindibile dell’uomo.”
La parte finale della corposa lettera riflette sul già citato sviluppo tecnologico in corso: “Sembra un processo irreversibile nella convinzione che l’uomo farà sempre meno fatica mentale e fisica sostenuto da precisi calcoli economici nel valutare costi e benefici.”
Oggi pertanto la tecnologia “si sta trasformando in potere tecnocratico che non accetta mediazioni o essere messo in discussione”.
“Consapevole di ciò - rimarca l’artista - io rivendico e difendo la mia libertà di ricerca visiva usando tecniche e strumenti artigianali dove il tempo e lo spazio sono vissuti come pure categorie mentali per una possibile rinascita e per uscire dall’inferno di questo drammatico periodo storico. Per questi motivi mi considero un artigiano della mente, come mi hanno già definito.”
Quello di di Toni Zarpellon è un forte richiamo al recupero dei valori primordiali dell’espressione artistica, ma “non si tratta di un atto nostalgico nei confronti della civiltà artigianale soppiantata da quella industriale”. Si tratta semmai “di rianimare i sensi e i ritmi biologici del corpo umano dopo che questi sono stati bloccati e mortificati dalla razionalità asettica dell’efficientismo ipertecnologico”.
E il suo invito conclusivo risuona come un testamento spirituale:
“Riscoprire l’umidità della vita e con essa la consapevolezza della morte, significa riconoscere il proprio limite affinché la vita possa continuare sul pianeta Terra.”
Toni di memoria, ma per un Toni che ricordando ciò che è stato pensa ancora e sempre a quello che verrà.
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