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Alessandro Tich
Direttore Responsabile
Bassanonet.it
Il finale perfetto
Oltre mezzo milione di visitatori in quasi trent'anni e il destino del Mandala. Considerazioni di cronaca sull'inizio, la storia e la fine delle Cave di Rubbio
Pubblicato il 06-01-2018
Visto 8.180 volte
Le storie più belle, purtroppo, sono quelle che hanno un inizio e una fine.
Soprattutto per la fine, che le rende irripetibili ovvero non replicabili.
Ce ne rendiamo conto mentre scorrono i titoli di coda per le Cave di Rubbio: la straordinaria invenzione dell'artista novese Toni Zarpellon, che ha trasformato le anonime rocce di quattro cave di pietra calcarea dismesse, nascoste tra la vegetazione di una panoramica terrazza naturale affacciata sulla pianura veneta, in altrettanti luoghi fiabeschi dell'immaginario collettivo.

La Cava Dipinta di Rubbio (foto Alessandro Tich - archivio Bassanonet)
Una storia che inizia nell'autunno del 1989, in un momento di forte crisi personale di Zarpellon. Il quale, in fuga dalle convenzioni e dalle ipocrisie della società contemporanea, trova in questo posto isolato, nel lembo più alto e più estremo del territorio del Comune di Bassano, il proprio eremo creativo. Prende in mano i colori e trasfigura le nude pietre della prima cava conferendo loro le fattezze di volti e di animali dalle tinte sfavillanti.
Nasce così la “Cava Dipinta”: un sorprendente e suggestivo bestiario multicolore nel quale i sassi prendono vita, lanciando un richiamo sul primordiale ritorno all'essenza della vita stessa in contrapposizione alle bestialità della civiltà dei consumi.
Un messaggio reso ancora più esplicito dall'autore nella seconda cava trasformata ad arte: la conturbante e insieme stupefacente “Cava Abitata”. Un anfiteatro di pietra sulle cui pareti sono appesi circa 150 ferri vecchi tra arrugginite marmitte e consunti serbatoi di autoveicoli, tramutati in inquietanti scheletri che si struggono nel dolore esistenziale.
Ma seppur concependo le prime due cave come tentativo di risposta ai propri interrogativi, Zarpellon non ne fa mai una questione personale.
Le “consegna” anzi alla comunità, rendendole sin dagli inizi fruibili e visitabili per tutti. Continuando la sua opera di trasformazione di questo impervio angolo di Altipiano con l'obiettivo di farne un luogo di incontro, di frequentazione e di condivisione di esperienze. Le ultime due cave rivisitate dall'artista sono infatti esplicitamente dedicate al pubblico. Una è la “Cava Laboratorio”, luogo aperto di sperimentazione in cui ogni visitatore, con colori e pennelli in mano, può diventare partecipe e lasciare il proprio segno.
L'altra è la “Cava dell'Immaginazione”, tempio del puro pensiero creativo: una parete di roccia da riempire idealmente e solamente coi “graffiti” della nostra mente.
Da eremo solitario di un artista alla ricerca di se stesso, l'area delle Cave di Rubbio diventa così la meta di continui pellegrinaggi di curiosi, di appassionati e di affezionati: in quasi trent'anni sarà visitata da oltre mezzo milione di persone, da tutta Italia e dal resto d'Europa, la maggior parte delle quali lascia il proprio commento e le proprie impressioni sui libri delle presenze conservati nella piccola rimessa all'imbocco della stradina che scende fino ai quattro “padiglioni” della fantasia creativa dell'autore.
Si può così affermare, senza timore di essere smentiti, che le Cave hanno rappresentato in assoluto il “luogo culturale” più visitato dal turismo in territorio di Bassano.
Un fenomeno unico nel suo genere e, contemporaneamente, di tendenza: fotografie della “Cava Dipinta” e della “Cava Abitata” sono pubblicate ovunque, entrambe sono state scelte come set per numerosi video come pure, negli anni, sono state adibite a palcoscenico per rappresentazioni artistiche e spettacoli teatrali.
Se tutto ciò è stato reso possibile, lo si deve alla cura e alla manutenzione costante che Toni Zarpellon - autore e custode allo stesso tempo - ha dedicato alle sue “creature”: ripulendole dalle erbacce, rimettendo mano ai colori e ripristinando i continui danni provocati dall'imbecillità dei vandali, che pure non sono mai mancati nel novero delle presenze in questo scenario di figure antropomorfe e zoomorfe ad oltre 1000 metri di altitudine sul livello del mare. Custode e sentinella per scelta obbligata, non potendo il Comune nè alcun altro ente occuparsi della tutela e conservazione di un'ex area di escavazione di proprietà privata, affidata alle creazioni dell'artista per gentile concessione del proprietario, il cavatore bassanese Carlo Brun.
Con simili presupposti, e in una tale anomala situazione di sito privato ad uso pubblico, prima o poi una fine di questa incredibile esperienza doveva esserci.
Ed è arrivata adesso, come già annunciato mesi fa e confermato oggi dal Giornale di Vicenza. Toni Zarpellon, a 75 anni di età, ha rinunciato definitivamente ad occuparsi dell'area da lui stesso trasformata. All'ingresso della quale, dallo scorso 1 gennaio, appare ora il cartello di divieto di accesso. Troppo sfibrante, oramai, era l'impegno di manutenzione della zona artistica e di ripristino dei continui vandalismi.
L'autore ritiene che la sua opera “abbia svolto il compito culturale per il quale era stata creata” e il destino della medesima è segnato. Le figure della “Cava Dipinta” perderanno i loro colori con l'usura del tempo e delle intemperie fino ritornare grigie pietre.
Mentre gli spettri di metallo arrugginito della “Cava Abitata”, lasciati a se stessi, saranno con molta probabilità rimossi anzitempo su richiesta della proprietà che intende evitare future possibili denunce per inquinamento dell'ambiente.
Tutto quanto realizzato sarà perduto: come il Mandala dei monaci tibetani, che una volta costruito con i suoi complessi intrecci geometrici di granelli di sabbia colorati viene fatto disperdere nel vento. Piano piano, e inesorabilmente, la natura si impadronirà nuovamente di questo spazio. Quella stessa natura con la quale l'artista invitava a riscoprire e a recuperare l'ancestrale rapporto dell'uomo.
E, per una bella storia quale è stata quella delle Cave di Rubbio, sarà il finale perfetto.
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