Alessandro TichAlessandro Tich
Direttore Responsabile
Bassanonet.it

Special report

Attualità

L'assessore alla sCultura

L'idea meravigliosa di Giovanni Cunico: digitalizzare e quindi completare le opere di Antonio Canova rimaste incompiute o solo abbozzate sulla carta. Ovvero quando la voglia di innovare rasenta l'assurdo

Pubblicato il 04-11-2017
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Su questa storia - dopo che l'altro ieri è apparsa la notizia sul “Giornale di Vicenza” - mi ero ripromesso di mantenere un basso profilo, esibendo al riguardo un rumoroso silenzio. E questo per non alimentare l'errata sensazione che io voglia prendere sistematicamente di mira Giovanni Cunico, assessore alla Cultura del Comune di Bassano del Grappa.
Ma è da due giorni che continuo a ricevere richieste e sollecitazioni, più o meno esplicite, ad esprimere il mio pensiero al riguardo. E siccome l'unico padrone che ho sono i miei lettori, accolgo l'invito ed esprimo le mie documentate considerazioni sulla proposta dell'assessore che ha ragionevolmente provocato un nuovo putiferio di reazioni e di commenti in città, a partire dall'accusa di “falso storico” lanciata dalla consigliera di opposizione Federica Finco e dal critico intervento, diffuso oggi, dell'associazione culturale Destra Brenta che in merito alla questione di cui all'oggetto dichiara, letteralmente, “di inorridire”.
Dunque, la notizia è questa: intervenendo in commissione consiliare, Cunico ha proposto di “portare a completamento le opere incompiute di Antonio Canova, realizzando a due secoli dalla sua morte sculture in marmo o in bronzo rimaste finora solo sulla carta”.

Possagno, Museo Gipsoteca Canova. Foto di Jacopo Tich

Come farlo? “A partire dal grande cavallo in gesso presente negli archivi del nostro museo e pronto per la fusione in bronzo - dichiara l'assessore -, ci sono opere del Canova soltanto abbozzate. Perché, dopo averne proposta una versione digitale, non lavorare al completamento di ciò che il grande scultore non fece in tempo a vedere?”
“Ci vogliono sponsor e progetti articolati nei dettagli - aggiunge l'amministratore pubblico, come da articolo sul quotidiano locale -, però credo che la realizzazione di ciò che per due secoli è rimasto solo sulla carta o nei modelli di gesso sarebbe un'operazione culturale importante, con riflessi anche economici e turistici.”
Ricapitolando: riprendere in mano i disegni, bozzetti e gessi del Canova conservati al Museo Civico, rielaborarli digitalmente e dai modelli acquisiti realizzare ex novo le relative statue nientemeno che in marmo o in bronzo. È il succo di quella che per l'assessore alla Cultura, come testualmente riportato nell'articolo, “è un'idea geniale alla quale l'Amministrazione lavorerà”.
Questo, per il momento, è quanto: ora - al netto delle opinioni altrui - interviene il vostro umile cronista.

Per quanto riguarda la ricreazione o ricostruzione su base tecnologica delle opere di Antonio Canova, l'assessore Cunico ha scoperto una novità clamorosa: si chiama acqua calda. Si tratta infatti di una procedura già da tempo attuata in quello che della conservazione del patrimonio canoviano è il tempio assoluto: il Museo Gipsoteca Canova di Possagno, paese natale del grande artista.
Risale ancora a cinque anni fa la prima operazione di “alta tecnologia per l'arte” promossa dall'istituzione culturale diretta dal dottor Mario Guderzo, già direttore del Museo Civico di Bassano. In quella occasione, grazie ai più avanzati sistemi di intervento dell'“ingegneria inversa” in 3D, erano state ricostruite le due braccia mancanti e alcune parti della veste della “Danzatrice con i cembali”, distrutte dallo scoppio di una granata durante il bombardamento austriaco di Possagno del dicembre 1917 (www.bassanonet.it/news/10339-canova_miracolo_in_3d.html
e www.bassanonet.it/news/10479-dancing_queen.html).
Era stata effettuata l'acquisizione digitale non invasiva di tutta la statua in marmo della “Danzatrice” al Bode Museum di Berlino, facendola seguire dallo scanning digitale tridimensionale dell'intero gesso “monco” di Possagno - che ne rappresenta il modello originale e quindi la copia perfetta - per confrontare a tutto tondo al computer le due scansioni e elaborare le integrazioni da realizzare. Le parti di braccia e gli altri pezzi mancanti sono stati così ricostruiti con una stampante 3D a prototipazione rapida che ha modellato dei fogli di gesso dallo spessore di 1 decimo di millimetro. Realizzando delle vere e proprie “protesi”, che combaciano perfettamente con il gesso originale, leggerissime e vuote all'interno e rifinite nella tonalità della tinta con l'intervento finale di un esperto restauratore. E così - grazie a uno speciale software che permette di “scolpire a video” per adattare ogni minimo particolare - è stata creata l'esatta corrispondenza del modello virtuale del Bode con il gesso di Possagno.
“La “Danzatrice con i cembali” ritorna a danzare”, scrivevamo all'epoca. La leggiadra scultura così restituita alla sua interezza (e tuttora esposta alla Gipsoteca di Possagno nella sua forma totale “ricostruita”) sarebbe stata infatti la grande attrazione della mostra “Canova e la Danza”, svoltasi a Possagno da marzo a settembre 2012.
Attenzione, però: quanto vi ho descritto sopra è tutto, fuorché un intervento “definitivo” e senza possibilità di ritornare al gesso originario mutilato dalla guerra.
Le nuove “protesi” sono infatti fissate alla scultura con un semplice perno: si mettono e si tolgono in un attimo, garantendo la “reversibilità” dell'opera che in qualsiasi momento può tornare al suo assetto originale, con le braccia distrutte e la veste danneggiata.
“Con le nuove tecnologie che abbiamo oggi a disposizione - sottolineava a tale riguardo il direttore del Museo Gipsoteca Mario Guderzo - questo intervento ha un senso. È stato eseguito su una scultura neoclassica e su un gesso, che è il modello di una statua. Qualcuno può discuterlo, noi siamo pronti a tornare indietro, le integrazioni sono reversibili e si può sempre tornare alla situazione originale. Ma è giusto, filologicamente, far capire com'era un'opera di questo genere e il pubblico saprà recepire questo messaggio.”

Detto, fatto: il medesimo procedimento di ricostruzione hi-tech è stato quindi utilizzato anche per altre opere canoviane dilaniate dagli eventi bellici di cento anni fa a Possagno e sfuggite al certosino lavoro di restauro, nel primo dopoguerra, del prof. Stefano Serafin e del figlio Siro che ripristinarono la gran parte dei gessi danneggiati grazie ai calchi dei punti mancanti presi dalle statue in marmo originali.
È il caso del gesso del “Principe Henryk Lubomirski come Amore” di cui nel 2013 è stata ricreata la bellissima testa, letteralmente mozzata e polverizzata dal bombardamento del 1917. Anche in questo caso grazie alla scansione in 3D e all'acquisizione del modello matematico dell'opera in marmo e del gesso senza volto del “principino” effettuate in anni ancora precedenti: nel 2007, in occasione dell'esposizione a Possagno del marmo originale (conservato nel castello Lubomirski a Łançut, in Polonia), visitata da oltre 40mila persone.
L'apoteosi della scultura ricostruttiva tecnologica si è concretizzata quindi nel 2014 con lo stupefacente restauro, per una mostra a loro dedicata al Museo Gispoteca, delle “Tre Grazie”: ovvero del gesso, pure danneggiato dalle granate della Grande Guerra, di una delle due versioni del celeberrimo gruppo marmoreo, oggi conservata alla Gallery of Scotland di Edimburgo.
Tre diversi casi di “clonazione” plastica, ma uniti da un unico e soprattutto ben motivato filo conduttore: quello di un recupero non fine a se stesso, ma che valorizza la fruizione pubblica e integra la testimonianza culturale di un'opera già esistente, è “reversibile” e in quanto tale sempre confrontabile con il proprio “originale” danneggiato ed è pertanto filologicamente ineccepibile.
Integrare tecnologicamente dei “pezzi nuovi” nelle opere di scultura bisognose di restauro - laddove è possibile e se ciò viene effettuato con criterio scientifico - non è pertanto una bestemmia: si tratta anzi del “nuovo che avanza” per la conservazione di un patrimonio d'arte parzialmente perduto.
Altrimenti - solo per citare uno dei casi più eclatanti - oggi l'umanità potrebbe ammirare il “San Giovannino di Úbeda”, attribuito a Michelangelo, solamente nelle foto d'epoca, comunque fondamentali per la sua ricostruzione. Conservata nella città di Úbeda, in Andalusia, la statua venne distrutta nel corso della Guerra civile spagnola nel 1936: ne rimasero solo 14 cocci, il resto polverizzato. Grazie a un restauro hi-tech commissionato dall'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, oggi il “San Giovannino” è ritornato alla sua interezza: per il 40% originale e per il 60% cyborg. Ma la storicità dell'opera michelangiolesca è stata rispettata e nessuno si sognerebbe di dire che si tratta di un falso o di un'invenzione.
“Sì” al tecno-intervento sull'antico, dunque, se utilizzato come “mezzo” di recupero rispettoso e consapevole e non come “fine” di un puro esercizio senza fondamento filologico. Tutt'altra cosa è invece quella scaturita - anche se ancora nel limbo della categoria “buoni propositi” - dal cappello a cilindro dell'assessore bassanese Giovanni Cunico.

A cosa “lavorerà” dunque l'Amministrazione comunale di Bassano, se la “geniale idea” sposata dal suo componente di giunta dovesse trovare anche una minima concretizzazione? A tutto, fuorché a un innovativo approccio di conservazione dell'esistente. Riprendere in mano i progetti “incompiuti” di Antonio Canova, digitalizzarli e quindi trasformarli in opere scultoree originali equivarrebbe al lancio di un concorso di idee per la realizzazione in dimensione 1:1 delle macchine disegnate, e mai realizzate, di Leonardo Da Vinci. Non c'è motivo storico né giustificazione culturale per applicare intelligenze e risorse (tante risorse) a un'operazione del genere.
Un grande artista è considerato tale, diventando oggetto di studio e di dibattito nei secoli, anche per quello che non ha fatto o non ha completato. Il Requiem è considerato l'opera più significativa di Mozart nonostante si tratti di un'incompiuta e del genio di Michelangelo è pervasa anche la Pietà Rondanini, sofferta scultura che irradia tutto il tormento del “non definitivo”.
E come anche Canova - opere incomplete e opere ripudiate a parte - l'esistenza dei grandi autori è stata sempre contraddistinta da un continuo stillicidio di appunti, schizzi, abbozzi, ripensamenti, progetti ripresi o abbandonati. Sono le tappe e i documenti di articolati e complessi percorsi di carriera e di vita (oggi si direbbero work in progress) che si sono “anche”, ma non sempre e non necessariamente, trasformati in embrioni creativi, in sperimentazioni e per ultimo in opere d'arte se non in capolavori.
Con quali fondamenti storici e filologici e con che criterio di selezione possiamo decidere quale idea di scultura, “pensata” o abbozzata dal Canova, far rinascere dal nulla, per poi arbitrariamente presentarla al mondo come l'esecuzione contemporanea di un'opera “di” Canova? Perché far realizzare delle nuove statue in marmo dai calchi in gesso canoviani che già abbiamo in Museo, invece di tenerceli stretti e valorizzarli in chiave turistico-culturale come fanno da anni nella vicina Possagno? Quale Comitato Scientifico darebbe il suo avallo a un azzardo culturale di tale portata?
E che incentivo può motivare un qualsiasi potenziale sponsor (perché l'idea è “pubblica”, ma alla fine sono sempre i privati ad essere chiamati a sostenerla) ad investire cifre anche importanti per far produrre dei replicanti non giustificati?
Perché nell'ancora ipotetico progetto Canova 4:0 non c'è nessuna giustificazione: nessun motivo logico che possa adattarsi al pur ampio campo della tutela, conservazione e valorizzazione dei Beni Storici e Artistici. Per la semplice considerazione che di storico, e di artistico, qui non c'è nulla. Dimostratemi il contrario, se ne avete gli argomenti.

Per questo - e ho la presunzione di interpretare il sentiment della città - esprimo il mio totale e incondizionato dissenso sulla proposta lanciata in commissione dall'assessore bassanese alla sCultura. Dove “sCultura” è una parola che si richiama ovviamente al genio di Antonio Canova ma che scrivo anche con la “s” privativa, vale a dire il prefisso che esprime negazione (“sfiducia”: negazione di “fiducia”; “sproporzione”: negazione di “proporzione”; eccetera).
Perché spiace sottolinearlo, ma una “genialata” del genere non giova alla causa della Cultura, intesa come patrimonio di conoscenza e soprattutto di educazione e di crescita di una comunità e di un territorio. Si tratta tutt'al più di un'originale variazione sul tema dell'innovazione e del richiamo mediatico ad ogni costo, a rischio di rasentare l'assurdo, dando spunto per il soggetto di una nuova, improbabile fiction bassanese: di Gesso in Marmo.

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