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Ma con la cultura si mangia o no? La diatriba interessa molto anche l’attualità bassanese. Perché nel piccolo di Bassano, che poi tanto piccolo non è, rimane in sospesa da anni la grande questione del teatro cittadino. Si compra l’Astra? Si ristruttura? La cronologia degli eventi è seguita passo dopo passo dal nostro sito, per gli ultimissimi sviluppi si rimanda all’articolo qui di seguito (www.bassanonet.it/news/29508-astrazioni_del_lotto.html). Sullo sfondo rimane irrisolto il tema centrale della sostenibilità di un grosso investimento strategico sul comparto culturale, a prescindere che la scelta della sede teatrale ricada sull’Astra o su altri progetti. In esclusiva per Bassanonet, uno dei più noti economisti italiani della cultura prova “da lontano”, ma con tutti i macrodati a disposizione, a simulare cosa genererebbe nell’economia del territorio una grande realtà teatral-culturale. Alessandro Leon è il segretario generale dell’associazione Economia della Cultura, think tank molto influente nel settore (di cui anche l’attuale amministratore delegato della Rai, Carlo Fuortes, è stato Segretario fino al 2019). È anche presidente del Cles, fa parte del gruppo di esperti che ha elaborato il recentissimo studio di fattibilità dell’ex carcere di Santo Stefano a Ventotene ed è coordinatore scientifico del masterplan della Reggia Reale e Parco di Monza. Lavora nel team che si occupa della redazione del PNRR per il Ministero della Cultura ed in passato ha realizzato gli studi di fattibilità di Venezia Reale e del Museo Egizio.
Pur guardando “da fuori”, si è comunque costruito un’idea abbastanza chiara della dimensione culturale bassanese. A noi veneti, e bassanesi, torna utile ogni tanto uno sguardo “straniero”…

Il Teatro Astra, in abbandono da oltre 11 anni
«Bassano è una realtà culturalmente evoluta, a dispetto anche delle dimensioni. In tempi normali, ovvero pre Covid, dà vita ad un’importante stagione culturale e concertistica. Impressionante è la realtà che offre per esempio OperaEstate. È una città d’arte a tutto tondo, interessante perché un appassionato ci può trovare di tutto, dalla danza all’offerta di primo piano del Museo Civico. Adesso poi si parla del Ponte come possibile candidato a patrimonio dell’Unesco».
Sul punto teatro c’è un dibattito aperto in città. È possibile “pesare” l’impatto economico di una realtà teatrale in una città di medie dimensioni?
«Leggendo le cronache cittadine si può dire che Bassano non fa eccezione. In tutta Italia abbiamo visto scivolare, chi prima chi dopo, le strutture teatrali verso il cinema. Ed è un vero peccato. Comunque sì, è possibile stimare l’indotto di un teatro o di una politica culturale in una specifica area geografica. Serve fare una premessa che vale soprattutto per Bassano».
Prego.
«Nella maggior parte dei casi tra una ristrutturazione e la scelta di una nuova opera, conviene quasi sempre la seconda. Capisco benissimo le ragioni di chi vuole recuperare la tradizione del teatro all’italiana, ma in alcuni siti non si può fare molto. Si rischia di perdere solo risorse».
L’Astra rientra in questo ragionamento?
«Presumo che da una struttura così si possano ricavare nella migliore delle ipotesi circa 700-750 posti. Per carità non sono pochi, ma costerebbe molto meno costruire un nuovo teatro piuttosto che imbarcarsi in una ristrutturazione incerta in termini di risultati. Qui però entriamo in un campo diverso, entra in campo la politica».
Qualche anno fa un’importante fondazione bancaria aveva messo a disposizione parecchi milioni di euro per un progetto culturale, parlo del Polo Santa Chiara. Poniamo che i soldi non siano un problema.
«Bene, così ritorniamo al mio campo. Il problema di un teatro, in una grande città ma ancora di più in una città di medie dimensioni, riguarda i costi di esercizio. La struttura si può certamente finanziare ma poi bisogna farla andare avanti».
Le medie città non hanno la stazza?
«Non è detto, sto solo mettendo in fila le criticità. Oltre alla gestione di bilancio, l’altro grande problema è culturale, ed è legato a come si riempie durante l’anno la stagione teatrale. Tolte le stagioni, gli spettacoli, rimangono normalmente 100-150 giorni da riempire. Non è una cosa semplice da risolvere».
Aveva ragione chi sosteneva che con la cultura non si mangia?
«Le realtà che riescono a gestire in modo imprenditoriale l’offerta culturale esistono e spesso registrano anche grandi successi. Bisogna però abbinare agli spettacoli teatrali l’offerta convegnistica, i congressi, la possibilità di ospitare per lungo tempo le prove delle grandi compagnie teatrali e musicali. Chi gestisce un contenitore culturale moderno e complesso mangia con la cultura».
Chi può gestire un progetto così ambizioso?
«Una grande realtà teatrale ha bisogno del supporto iniziale e cruciale della politica. A seguire di quello delle fondazioni, dei corpi intermedi, degli imprenditori, e mi sembra che ce ne siano di livello internazionale in zona, e in generale del mondo del mecenatismo. Normalmente, per dare una pietra di paragone, strutture di queste dimensioni sviluppano un giro di affari di circa 2-3 milioni di euro all’anno».
Gli imprenditori sono disponibili ad inserirsi in queste realtà ibride?
«Quel mondo che finanzia la cultura sta venendo meno. In molti casi però aiutano nell’investimento iniziale ma non poi nell’esercizio. L’evidenza dimostra che le strutture teatrali e culturali complesse attirano più interessi. Succede ormai anche per i musei: mediamente con gli incassi coprono il 30% delle spese e poi hanno bisogno del supporto pubblico. Per diventare più efficienti, anche in giro per il mondo, si stanno aprendo alla multifunzione».
Bassano che esternalità ricaverebbe da un teatro moderno?
«In Italia la media di spesa dei turisti culturali si aggira sui 100-110 euro al giorno. L’impatto economico per la città sarebbe enorme se grazie ad un’offerta culturale di alto livello entrasse nel circuito dei turisti stranieri stanziali. Per capirci quelli che ci soggiornano per una settimana o più. Sicuramente in grado di giustificare il fabbisogno annuale di un supporto finanziario all’ente teatrale».
Altre esternalità positive?
«Il cosiddetto prezzo edonico degli immobili, che farebbe contenti i bassanesi e non solo. Gli edifici, i negozi, i quartieri vicini ai teatri polifunzionali di successo vedono aumentare i prezzi al mq, il numero di transazioni, le richieste di trasferimento dalle città vicine. Potrei citarle tantissimi casi, io ho seguito con Cles quello che è successo negli anni passati con il recupero dei teatri storici dell’Umbria e della Toscana. Hanno addirittura ridato una certa vitalità sociale alle città coinvolte».
Questo forse sarebbe l’effetto più importante.
«Assolutamente sì. L’effetto che produce un ambiente culturale effervescente sulla mente dei giovani, sulle imprese, sulle famiglie è più importante degli “schei”. Con la cultura abbiamo giustificato, nel senso positivo del termine, investimenti colossali. Pensi ai 105 milioni di Pompei ripagati in pochissimo tempo dal turismo, o al caso Aquileia. Ma anche a progetti più semplici come il grande successo di Pordenonelegge».
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