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Tra le persone che meglio conoscono la struttura originaria dell’economia veneta e soprattutto dell’area Pedemontana, dal piccolo artigiano fino a scalare al mondo della rappresentanza, delle banche e dei diversi corpi intermedi, un posto spetta sicuramente a Francesco Giacomin. Direttore di Confartigianato Imprese Vicenza da fine 2020, un curriculum lunghissimo che parte nel 1976 in Confartigianato Treviso, a seguire incarichi in utilities, banche e nelle associazioni nazionali di rappresentanza come Confservizi e Abi. È anche vicepresidente di Veneto Sviluppo. Da poco ha pubblicato “Il ritorno della rappresentanza dei corpi intermedi. Una storia ancora da raccontare”, un libro interessante in special modo se lo si legge “in chiave veneta”, dove ogni forma di organizzazione che va oltre la famiglia deve essere “digerita” con calma e circospezione. Il Covid però potrebbe aver cambiato qualcosa anche in tema di economia e rappresentanza.
Nella prefazione del libro, il giornalista Dario di Vico scrive che in Italia non abbiamo avuto i gilet jaunes: «La cultura dei corpi intermedi, la loro visione di un’economia aperta ha retto all’urto del populismo». Il Covid ha contribuito a rafforzare la necessità di avere forti ed influenti corpi intermedi, partendo proprio da quelli di categoria?

Francesco Giacomin, direttore di Confartigianato Imprese Vicenza
«Il Covid ha sicuramente rafforzato il ruolo dei corpi intermedi o meglio dell’intermediazione tra i bisogni dell’economia e chi dà le prime risposte. Pensiamo ai ristori e agli ammortizzatori sociali, inizialmente una giungla di misure dove la burocrazia ha rischiato di mettere in difficoltà i più piccoli e non solo. Senza associazioni presenti ed efficaci queste misure non sarebbero “calate a terra” tanto facilmente. Per necessità e per virtù, le associazioni più vicine ad imprese e persone hanno dimostrato di essere ancora fondamentali, non solo per compilare domande, moduli o dare interpretazioni di norme, ma anche per dare conforto e fiducia. Adesso la fase acuta è finita e mi sento di lanciare un avvertimento».
Quale?
«Il tempo dei ristori sta venendo meno, bisogna cambiare passo e tornare ad investire su di noi. O ci si apre alle opportunità come quelle del PNRR, riforme comprese, o non saranno tempi facili per tutti. Perché le misure del Piano Nazionale non sono automatiche né immediate, non ci sarà un modello singolo da compilare per partecipare alla ripartenza. Si tratta di un processo molto più complesso».
Lei cita le opportunità per “agganciarsi” al PNRR. La competizione in filiere economiche sempre più complesse e soggette ad eventi imprevedibili, sta cambiando la mentalità di chi fa impresa?
«Molti si sono resi conto che sono cambiati i mercati, le logiche di filiera ed il rapporto con il consumatore finale. Ma sono come San Tommaso, finchè non vedo non credo. I punti di forza delle nostre Pmi erano la dimensione all’impegno individuale, il sacrificio e la fantasia di tanti piccoli imprenditori. Piccolo era bello quasi a prescindere, può e deve esserlo ancora ma trovando dei partner per giocare le nuove partite. Tramite reti d’impresa, formule nuove di associazionismo, partenariati, ci sono una marea di opzioni a disposizione. A nessuno è consigliata una navigazione solitaria e a vista».
Fare rete tra aziende, con sistemi formativi, sindacati, associazionismo e istituzioni: la crescita globale di un territorio non potrà più essere governata solo dalla spinta dei singoli. È questo il nuovo compito dei corpi intermedi: dare ordine allo sviluppo?
«Imbrigliare l’economia è difficile, anche per le autorità pubbliche più importanti. A noi, corpi intermedi, tocca un ruolo particolare, quello di tradurre in progetti semplici, in concetti evidenti, scenari e cambiamenti sempre più complessi. Pensiamo alla transizione ecologica, al new deal green: oltre alla retorica, in pratica cosa significa? Come associazione dobbiamo convincere sull’utilità di queste sfide. Chi investe in sostenibilità cresce a due cifre? D’accordo, ma non se lo spieghiamo bene l’artigiano lo sente come un discorso lontano, che non lo tocca davvero. È compito nostro mostrare al piccolo imprenditore (ma vale anche per il medio) che tra poco, e in parte già oggi, il credito costerà meno per le imprese sostenibili e sarà meno competitivo per le altre».
Un capitolo è dedicato ai soci (“servi me o ti servi di me?”): qual è l’identikit dell’artigiano che dovrete rappresentare?
«Ha dato prova di resistenza e di resilienza, per usare un termine divenuto attuale. Ma io direi soprattutto di fiducia, nonostante tutto. Non c’è futuro senza fiducia e per questo sono ancora ottimista. Ho visto un popolo di imprese che vive il fare impresa in una dimensione più ampia, sia di mercato che di comunità. I sistemi dove c’è fiducia sono i più attrezzati per resistere. Questa sorta di incoraggiamento fiduciario reciproco, dal direttore verso il socio e dal socio verso l’associazione è stato “sintomatico” di una capacità anche umana di tenuta. Nelle situazioni più difficili non sono mancate le occasioni di confronto e di conforto, anche umano. Oltre ai documenti e ai moduli, abbiamo riscoperto in questo anno e mezzo una comunità di relazioni».
Un capitolo è dedicato alla relazione con i decisori a vari livelli. Il Veneto e il vicentino sono “totus verdi”: è ancora forte tra gli imprenditori la questione dell’autonomia, di riflesso collegata all’imposizione fiscale?
«Non mi pare che in questo anno e mezzo sia stata una priorità, anzi. In generale le Regioni hanno risposto in modo molto diverso alla crisi sanitaria; abbiamo riscoperto cose dimenticate, per esempio che le fratture non sono solo tra Nord e Sud, ma anche “nel” Nord. Il modello lombardo è diverso da quello veneto, basta osservare la sanità di base. La pandemia è stata di fatto governata dallo Stato centrale e giocoforza l’autonomia è andata in secondo piano rispetto all’esigenza di avere uno Stato forte e organizzato».
Dal punto di vista della rappresentanza come si traducono questi scenari aggiornati dalla pandemia?
«Hanno trattato con l’Unione Europea gli Stati forti. Vent’anni fa si parlava di Europa delle Regioni, oggi in Europa conti solo se sei uno Stato autorevole. Nei prossimi mesi quando si discuterà di come impiegare concretamente i fondi del PNRR, il Veneto dovrà esprimersi con una sola voce, con una logica di squadra, a prescindere da qualsiasi collocazione politica. Il sentimento di autosufficienza non basta e nel futuro forse sarà anche rischioso. Diciamolo chiaramente: bisogna contare a Roma e a Bruxelles. La Lombardia sta “con un piede” nell’autonomia e con un “piede e mezzo” su ciò che conta a Roma. Il sindaco di Milano Sala, ad esempio, ha intessuto da tempo intese con Assolombarda, le organizzazioni anche artigiane e i sindacati per spendere in progetti condivisi una importante somma dei fondi del PNRR. Questa è la mentalità vincente meneghina: dopo l’ok di Bruxelles non hanno fatto passare una settimana…».
Il Veneto guidato da Luca Zaia ha resistito alla grande alla sfida del Covid, ma è evidente che passata la crisi sanitaria tutti vogliono voltare pagina. Manifestazioni come l’inaugurazione, fatta qualche settimana fa, del tratto della Pedemontana tra Bassano e Montebelluna sono state una boccata d’ossigeno.
«E’ un’opera che è partita una vita fa. Fortunatamente da qualche anno, tolte anche le difficoltà di finanziamento, è stata velocizzata. Speriamo che tra un anno sia completata da Montecchio a Spresiano. Quest’opera per dar beneficio ad imprese e turismo avrà bisogno assoluto di un piano di completamento delle complanari e delle strade che portano all’ingresso dei caselli. Per la Valsugana e la Valdastico invece si parla più di quanto si faccia. Le opere indispensabili sono tante, ne cito solo alcune: è pensabile mantenere così la Statale del Santo tra Padova e Castelfranco? E la Padova-Bassano? Sull’Alta Velocità: quanto dobbiamo aspettare per il tratto Verona-Padova e Padova-Bologna? Se rimaniamo staccati dalla direttrice Bologna, Firenze, Roma sarà semplicemente un grande danno. Vogliamo rimanere con una ferrovia dell’Ottocento in quel tratto? Modernizzare queste infrastrutture è il minimo sindacale per il Veneto, meno di questo sarebbe una sconfitta».
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