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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
A tu per tu con Daniele Biacchessi
L’autore presenta il suo spettacolo “Il Paese della Vergogna” in scena al Teatro Remondini sabato 25 settembre
Pubblicato il 24-09-2010
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Ospite a Bassano assieme al gruppo marchigiano dei Gang il giornalista e scrittore Daniele Biacchessi. Vice caporedattore di Radio24-Il Sole 24ore, Biacchessi è anche autore, regista e interprete di teatro narrativo civile ed è in questa veste che presenta in città e a Bassanonet il suo spettacolo “Il Paese della Vergogna”. L’anticipazione dell’evento organizzato da Sotto i Cieli del Mondo e Palomar per “Forme della memoria” nel nostro articolo correlato cultura.bassanonet.it/incontri/6910.html . Infaticabile indagatore e narratore di fatti che hanno lasciato macchie indelebili sul tessuto tricolore, Biacchessi propone il suo teatro in tutta Italia portando con sé tanti racconti, tante voci, i contributi di altri cantastorie. Dal suo blog: “Si può chiedere giustizia anche sopra un palco di un teatro: un microfono, un sassofono, un pianoforte, le immagini in movimento, i documenti sonori d'archivio. Si può chiedere giustizia sopra una pedana nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna e davanti al Museo di Sant'Anna di Stazzema. Perché i luoghi contano, perché nulla vada mai dimenticato”.
E’ appena uscito il suo ultimo libro “Teatro civile. Nei luoghi della narrazione e dell’inchiesta” per EA (Edizioni Ambiente), nella collana VerdeNero.

scena del film "L'uomo che verrà" di G. Diritti
Nella premessa di Marco Baliani si trova scritto: “Si deve sentire che il narratore è impastato della stessa materia degli spettatori: non è qualcuno che è più alto”. A chi è rivolto in particolare a teatro il suo dono di memoria?
La memoria dovrebbe essere di tutti. Certe storie come quelle del Vajont, di Ustica, di Marzabotto, Piazza Fontana, solo per citarne alcune, dovrebbero appartenere a tutta la nazione. E' una questione di dignità di un popolo. Invece l'assenza di politica, la fine dell'indignazione collettiva ha consegnato a noi narratori il compito più arduo: raccontare la storia contemporanea per non farla dimenticare.
I suoi spettacoli portano in scena una forma alta e partecipata di teatro civile. Qual è per lei oggi il teatro “incivile”?
Tutto il teatro è civile, è un atto pubblico di impegno e di resistenza, specie in questi anni bui fatti di tagli indiscriminati al settore cultura e spettacolo. Certo, spettacoli leggeri, disimpegnati, non fanno pensare e risultano innocui, ma non incivili. Il nostro paese semmai è diventato incivile, chiuso. Un teatro civile per un paese incivile, come scrive nella prefazione al mio libro il critico teatrale Oliviero Ponte di Pino.
Il contatto con il pubblico, quel ritorno di emozioni che non si può avvertire scrivendo, ma che è forte in presenza, le ha fatto capire meglio le ragioni della rimozione, dell’indifferenza, dei fuochi artificiali dell’indignazione che è incapace di tradursi in azione?
Il pubblico che viene a vedere i nostri spettacoli è attento, colto, curioso ed esigente. Comprende subito se il narratore ci fa, lo prende in giro, quando per esempio si raccontano storie senza conoscerle davvero, senza aver raccolto testimonianze, interviste, senza essersi informati. Perché non si possono raccontare certe storie se non c'è anima, se non si scava un profondo buco nero nel cuore. I bambini di Sant'Anna di Stazzema e quelli della stazione di Bologna. Come fai a rappresentarli se non hai parlato con i familiari delle vittime, se non sei stato accanto a loro e alle loro battaglie civili?
La narrazione di fatti gravi che hanno segnato la nostra Storia recente, la lettura che propone di racconti dedicati a stragi impunite, a disastri ambientali, a morti-esecuzione rimaste avvolte dal mistero, di tante storie senza giustizia, fanno concludere che è vero che il nostro Bel Paese è anche purtroppo un Paese della Vergogna. Il suo contributo e quello di tanti altri narratori è teso ad indagare il passato... per leggere per tempo i segnali inquietanti del futuro?
Il Paese della Vergogna. Mai titolo di un libro fu azzeccato. Quando scrivevo quel volume uscito nel 2007 per Chiarelettere, poi diventato un fortunato spettacolo con il gruppo marchigiano dei Gang pensavo proprio ad un paese che non ama guardarsi allo specchio, per paura di vedere l'acne, la vecchiaia, le ferite mai rimarginate. La vergogna di tutti quelli che avevano la responsabilità di offrire ai loro cittadini una verità plausibile sulle tante ingiustizie. La vergogna di quei magistrati e giudici che hanno assolto i colpevoli, degli uomini dei servizi segreti che hanno fatto espatriare testimoni importanti e occultato prove e indizi, la vergogna di quella società civile che stava alla finestra a guardare mentre la Cassazione assolveva gli ordinovisti neofascisti giudicati in primo grado colpevoli di aver messo la bomba alla Banca Nazionale dell'Agricoltura a Milano, il pomeriggio del 12 dicembre 1969.
Appare chiaro a chi assiste allo spettacolo che la crescita di un Paese cosciente e civile è minata dalla lettura dell’attualità come viene proposta ovunque da un’informazione votata al “qui e ora”. Il luogo e i linguaggi del teatro, forme che riportano all’antico, rappresentano invece un’alternativa nuova
Sono forme antiche come la tradizione della cultura popolare che è orale, dunque tramandata di generazione in generazione. Ma attenzione. Io racconto una storia a te e tu la racconterai ai tuoi figli, ai tuoi amici. E fino a queste storie saranno raccontate e avranno gambe per camminare, queste storie non moriranno mai. Quando qualcuno deciderà che queste storie saranno vecchie, le vicende moriranno due volte, con l'ingiustizia.
Il giornalismo d’inchiesta porta ancorato alle parole il peso della responsabilità. Si fatica a portare a galla le storie. Esistono degli strumenti di lettura che possono difendere in particolare i ragazzi dal dilagare di un’informazione frammentaria, o peggio pilotata e fuorviante?
Non si fa più giornalismo d'inchiesta per tanti motivi. Per non disturbare il manovratore, perché si tiene famiglia e si ha paura di ritorsioni e di minacce, perché è più comodo scrivere veline del potente di turno, perché non si consuma più la suola delle scarpe, non si va a vedere se le cose stanno proprio così come quelle raccontate dalle verità ufficiali. Oggi però è nata una generazione di ragazzi curiosi che non si fanno certamente ingannare dagli illusionisti dell'informazione soprattutto televisiva. Conosco centinaia di ragazzi che realizzano documentari o servizi che poi piazzano su internet, utilizzano nuove tecnologie e fanno informazione in tempo reale. E' una rete che ancora non si vede, che non appare in televisione, ma che contribuisce a rendere migliore il nostro mestiere. Io credo molto ai ragazzi, un po' meno agli adulti.
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