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Polar for Bassano

I tre vicentini Polar for the Masses, impegnati al Vinile, raccontano il loro rock da esportazione.

Pubblicato il 26-11-2009
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Incontriamo Davide dei Polar for the Masses davanti ad una pizza e una birra, prima del concerto del gruppo al Vinile, venerdì 20 novembre. I tre vicentini (Davide in realtà è della provincia padovana) stanno girando l’Italia da Marzo 2009, mese di uscita di “Blended”, loro secondo disco. Dopo numerosi chilometri e ottime recensioni, è già tempo di bilanci: “abbiamo avuto un ritorno consistente e molto positivo di critica, attraverso tutti i canali più famosi della penisola (Rumore, Rocksound, Blow up e le varie webzine); il pubblico live ha sempre risposto molto bene, per quanto non abbiamo mai raggiunto grandi numeri. Possiamo comunque ritenerci soddisfatti alla grande”. Davide, il bassista della band, suona da molto tempo con Simone, chitarra e voce, e con lui ha vissuto quella che definisce la classica trafila: “abbiamo fatto concorsi, rassegne, … le solite cose. Poi, alla fine degli anni ’90, abbiamo conosciuto il batterista Jordan. Dopo un momento di pausa in seguito alla chiusura dell’esperienza precedente, decidiamo di ripartire solo noi tre e cambiamo radicalmente genere e obiettivi”. I Polar trovano la dimensione decisiva in un rock grezzo, diretto e minimale, con testi in inglese. Il disco, che dura poco più di mezzora, nasce in pochi mesi e viene registrato in una settimana al Red House dalle sapienti mani di David Lenci. Dall’album è già stato tratto un video, “Where your nose is”, della regia di Stefano Poletti.
La sensazione principale, ascoltando le tracce di “Blended”, è che al gruppo interessi poco il consenso facile, e che sia presente una ricerca indirizzata a qualcosa di più sperimentale, senza dimenticare però la fruibilità del prodotto. A questo proposito, Davide ci descrive entusiasta il metodo creativo adottato dai Polar: “attraverso degli input limitati di idee, lasciamo libertà al suono durante le prove e registriamo integralmente le session. Solitamente risultano fondamentali i primi due minuti, da lì nasce l’ossatura principale di tutti i nostri pezzi. Ci siamo arrivati dopo parecchi tentativi, ma è certamente l’approccio creativo che in questo momento ci convince di più”.
Nonostante una pressoché totale libertà creativa, i Polar dimostrano grande determinazione nel creare un mix unico tra semplicità e originalità: “siamo tutti musicisti, ma non fanatici dello strumento. L’unica vera esigenza di questo progetto è di creare canzoni e diffonderle il più possibile”. Nel feedback dell’album, Davide ammette con amarezza la difficoltà di proporre testi in lingua inglese: in un certo senso, sembra esserci più indifferenza nei confronti del messaggio trasmesso. Nel package del cd i testi non sono presenti, ma soltanto pochissimi che hanno acquistato il disco hanno successivamente richiesto le parole delle canzoni attraverso la mail: “in tempi di crisi, siamo convinti che le persone apprezzino i messaggi diretti e attuali, perciò o canti in italiano o nisba. Peccato: perché lo sforzo di scrivere in inglese qualcosa che abbia senso sarebbe il medesimo anche se lo facessimo in italiano. La scelta della lingua è avvenuta esclusivamente in relazione al genere che facciamo”.

Polar for the Masses

Durante la conversazione, ci raggiunge Simone. È inevitabile parlare allora di Blacknutria, l’etichetta alle spalle dei Polar e fondata precisamente con questo progetto. Simone, infatti, ne è il curatore principale, e gli abbiamo chiesto un parere sullo stato attuale della musica della provincia: “metropoli o provincia, devi comunque avere un buon prodotto, che abbia qualcosa da dire. A quel punto, è fondamentale la cassa di risonanza, l’etichetta sì, ma anche un buon passaparola: se nessuno sa che esisti, non esisti”. E così è stato per i Polar: avevano qualcosa da dire, e avevano i mezzi e i canali a disposizione per comunicarlo. È nata allora da questa esigenza più che concreta Blacknutria, ora uno dei punti di riferimento della discografia indipendente veneta. L’idea di fondo che guida l’etichetta è quella del management come unica via percorribile nel mondo del business artistico: se anche le major sono in crisi di vendita, figuriamoci le piccole case discografiche! In questa direzione, non conviene quindi più puntare sul “prodotto fonografico”, quanto piuttosto sulla promozione (riviste, radio, tv e soprattutto web) e sui concerti.
Grazie al lavoro di Blacknutria, i Polar saranno coinvolti nel 2010 in una serie ravvicinata di live, che toccheranno anche la Germania e la Danimarca: “queste esperienze all’estero sono una cosa a cui teniamo tantissimo, e che molte band italiane sarebbero assolutamente in grado di fare. Il problema grave è la poca professionalità dei manager e dei discografici, che non hanno ancora capito le enormi possibilità di diffusione artistica in Europa”. Il futuro dei Polar è ancora tutto da scrivere, il presente invece è fatto di concerti, concerti, concerti. Come quello di venerdì.

Il concerto.
Un Vinile non gremito, ma appassionato, accoglie con calore il concerto dei Polar for the Masses. I tre vicentini attraversano i pezzi del nuovo disco, “Blended” (che dal vivo acquisisce una forza e un’incisività notevoli), e alcuni brani del precendente album, “Let me be here”. Si va dall’introduzione emozionale di “Nothing’s wrong” – quasi fossero dei Sigur Ròs con la potenza della cassa e del rullante – alle strofe nervose e sostenute di “Let me be here” e “Timer in the head”, fino alla new wave di “Where your nose is” e al rock più classico di “Have a spark”. Nell’insieme, si rimane incantati dall’interplay dei tre strumenti, che giocano in continuazione tra loro con riff di fuocp e con un intelligente uso della dinamica. Con poche parole tra un pezzo e l’altro, ma molta sicurezza ed esperienza sul palco, basso e batteria macinano rock e lasciano spazio al noise vibrante della chitarra di Simone, la cui voce – pur impastata in un suono molto pieno – è sottile e incisiva a seconda del momento. C’è anche il tempo per una cover rock al quadrato della mitica “Taxman” dei Beatles. Quasi sessanta minuti ad alto volume di musica fresca e godibile.
I Polar insomma convincono decisamente con uno show diretto ed efficace: il modo migliore per promuovere l’acquisto del loro “Blended”.

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