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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Lunetta Savino interprete ispirata in La Madre
A chiudere LA stagione teatrale bassanese al Remondini uno spettacolo tratto da un testo di Florian Zeller
Pubblicato il 04-04-2023
Visto 4.083 volte
Ultimo spettacolo in cartellone ieri sera, lunedì 3 aprile, per LA stagione teatrale bassanese. A chiudere la rassegna ospitata al Remondini il nono titolo in programma era La Madre, tratto da un testo di Florian Zeller, diretto da Marcello Cotugno.
A interpretare Anna, la protagonista, una bravissima e ispirata Lunetta Savino, che ha dato vita a un personaggio complesso di donna-moglie-madre “sull’orlo di una crisi di nervi” che si trova in un punto di non ritorno della sua esistenza a fare i conti con gli esiti delle sue scelte, o non scelte di vita, e con i fantasmi che hanno da sempre popolato i suoi giorni.
Messa in scena dalla Compagnia Molière in coproduzione con Teatro di Napoli-Teatro Nazionale e Accademia Perduta Romagna Teatri, la pièce ha visto sul palco oltre a Savino l’attore romano Paolo Zuccari, a interpretare il marito (sostituto da alcune date di Andrea Renzi), Niccolò Ferrero nei panni del figlio e Chiarastella Sorrentino nelle vesti della fidanzata-quasi nuora non gradita alla madre.

Lunetta Savino in La Madre
Molto belle le scene stilizzate curate da Luigi Ferrigno, che ha collocato sul palco un tavolo dalla foggia vintage, un frigorifero che fa tanto "nutrice casalinga" e quattro grandi cornici luminose a simboleggiare porte un po’ alla Sliding Doors dalle quali i personaggi, ma soprattutto la madre, entravano e uscivano in una sequenza di flash back che consentiva di rivivere in una realtà quasi virtuale, sempre illusoria, da labirintico gioco di specchi, o anche da moderno videogioco, eventi, momenti di vita e dialoghi intercorsi in una famiglia standard di quelle dei nostri giorni (o anche più in là).
Il tema dei rapporti famigliari sono al centro della ricerca artistica di Zeller, drammaturgo francese premio Oscar nel 2021 per la sceneggiatura del film: Il padre. Primo capitolo della sua trilogia sulla famiglia borghese, La Madre parla di sofferenza e di malattia mentale. Tra le azioni in scena c’è anche un tentativo di suicidio, ma a teatro grazie alla bravura di Lunetta Savino i tasti del dramma non sono tutti neri, a qualche battuta si sorride, perché il tragicomico è sempre in agguato nei testi riusciti come nella vita, quando si parla di relazioni di coppia e famigliari in cui in gran parte malgrado noi un po’ ci si riconosce.
La “moglie e madre” si sente ed è tradita due volte, dal marito inseguitore di gonnelle per noia, o anche solo per leggerezza, e dal figlio che ormai l’ha “lasciata” perché ha la sua vita, per di più con all’orizzonte una donna che scatena gelosia e invidia in colei che l‘ha messo al mondo. Nessun’ombra di sorellanza con questa giovane donna che giocoforza seguirà il suo stesso destino, ma del resto la madre non ha mai amato neanche la figlia, sentita estranea e rivale già dalla nascita. Marito e figlio si sentono soffocare nel bozzolo di tanto Amore e prendono la fuga come possono.
I temi messi in campo da Zeller sono antichi come il mondo, qui sono rappresentati con dinamicità e fluiscono con naturalezza, traghettando il veleno e la tossicità che contengono con toni leggeri e con passaggi di stato che inducono anche nello spettatore l’incredulità rispetto alla realtà di ciò che viene detto/rappresentato, perché successivamente ridetto in modo differente o sconfessato: il marito tradisce o la rivale in amore è solo un fantasma che abita la mente all’erta della moglie? Il figlio tradisce senza rimorso l’affetto della genitrice o la cerca sempre e tornerà da lei, anche solo quando la donna sarà in punto di morte? Lo farà per finirla soffocandola o con una rosa in mano, come un vero innamorato? La regia di Cotugno e la recitazione degli interpreti ha indotto e facilitato questo gioco a entrare e a uscire dalla vita dei personaggi in scena, ad avvicinarsi quando li si sentiva vicini complici in una quotidianità comune, o almeno nota, a ritrarsi non appena i segnali del disagio, della malattia e del dramma si facevano più nitidi.
Belli i giochi di luce, bella la scena in cui Anna vestita di rosso-gioventù è una novella Arianna nel labirinto non del Minotauro ma della sua mente infragilita, e utile l’accompagnamento sonoro, fatto di musiche e canzoni che evocavano in alcuni tratti spensieratezza, i momenti felici dell’infanzia e del nido, e in altre invitavano a tornare indietro sui propri passi come in un refrain, sempre col miraggio delle rose in fondo al tunnel.
Rosso e rose sono richiamati più volte nello spettacolo nei vestiti delle donne, dal filo di lana: un rosso amore/rosso cuore a tinte troppo forti, tossico e virale che sembra trasmissibile solo per via femminile, gli uomini risultano asintomatici. Appare evidente che quella di cui soffre Anna è una malattia autoimmune.
Applausi calorosi, dal pubblico bassanese.
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