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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Primo piano
Nel serraglio della Bernhardt
Il terzo appuntamento in cartellone nella 41^ Stagione Teatrale di prosa thienese ha portato sul palcoscenico del Comunale l'omaggio di Laura Morante a Sarah Bernhardt
Pubblicato il 02-12-2021
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Il terzo appuntamento in cartellone nella 41^ Stagione Teatrale di prosa thienese ha portato sul palcoscenico del Comunale Laura Morante, che con Chiara Catalano, voce e pianoforte, ha interpretato il personaggio di Sarah Bernhardt in Io Sarah, io Tosca.
Fresco di debutto, l’anteprima nazionale è andata in scena a Firenze lo scorso 9 novembre, scritto dalla stessa Morante a partire da un melologo di Mimosa Campironi e diretto da Daniele Costantini, lo spettacolo è stato proposto in tre serate, dal 30 novembre al 2 dicembre. Morante ha raccontato Sarah Bernhardt, le sue emozioni, le sue passioni, fermati in tre fotogrammi nei giorni precedenti il celebre debutto de La Tosca. Quel particolare momento storico, che sul palco è sembrato racchiudere in una teca molto pittorica il mondo culturale di un’epoca (le belle scene erano a cura di Luigi Ferrigno, i costumi di Agata Cannizzaro e le luci di Tommaso Toscano) ha fatto da cornice al racconto fitto fitto tessuto dalla Morante, suddiviso in tre quadri ritmati da tre uscite di scena con cambio d’abito dell’attrice toscana: il 3 novembre 1887, all’inizio delle prove per la rappresentazione; due settimane dopo; all’alba del 24 novembre, il giorno della prima in teatro.
Proprio alla Bernhardt Victorien Sardou dedicò il celebre dramma trasformato in libretto da Illica e Giacosa, messo in musica poi in tre atti da Giacomo Puccini. La Tosca di Sardou venne rappresentata per la prima volta nel Théâtre de la Porte Saint-Martin, a Parigi, fu molto contestata ed era il terzo spettacolo del sodalizio, dopo Fedora e Théodora; andò però in scena in un contesto vivissimo, che annunciava grandi cambiamenti, straordinarie innovazioni nell’arte teatrale.

Laura Morante in Io Sarah, io Tosca (foto di Filippo Manzini)
A disposizione un florilegio di voci enciclopediche, tanta e forse troppa la carne da mettere al fuoco, compresi gli omaggi alle carni pallide e tanto amate dagli uomini della protagonista, e una sfida non da poco, quella di indossare i panni dell’attrice francese dandole voce: nella drammaturgia, a dire “io” è proprio Sarah Bernhardt, soprannominata la "Voix d'or", appunto, e poi la "Divina", il “mostro sacro”, come l’aveva battezzata Jean Cocteau; musa della Belle Époque amata Oscar Wilde, da Proust, Freud, da Hugo a Henry James, tutti esemplari del suo personale “serraglio” popolato anche da animali esotici e feroci, da danze di scheletri e da bare, un paesaggio illuminato dal fuoco dell’arte. Quella che dai più è considerata l’ultima e la più grande attrice dell’Ottocento è qui raccontata attraverso un monologo che diventa a tratti soliloquio mentre Sarah procede a braccetto con l’eroina drammatica creata da Sardou.
Il testo in realtà non è per voce sola: in scena ci sono Laura Morante e una musicista che interagisce con lei con grazia del tutto francese, commentando e sottolineando le parole che hanno tanta vita da raccontare e che si rincorrono senza sosta interrotte solo dal suono di un pianoforte e accenni di bel canto, nello stile tipico del melologo.
Molto suggestive le scene, l’interno tutto trine, boiserie e velluti a cui facevano da contraltare un’aria gotica, tocchi leggeri di scabrosità e echi di Grand Guignol a evocare oltre al magnetismo animale della Bernhardt il profilo della Tosca gelosa, omicida e suicida. Nello specchio del racconto è comparso a tratti anche il volto dell’imprenditrice oltre a quello della professionista, della donna piena di disincanto e determinata che fu la Bernhardt a far da contraltare a tanta passionalità e tanto romanticismo.
Laura Morante nei novanta minuti dello spettacolo ha dipinto a parole il ritratto della grande attrice francese con trasporto e senza un attimo di respiro, solamente le note del pianoforte a darle cenno di riscontro e di partecipazione, forse a mimare che un vero artista ha come possibile interlocutore non il pubblico ma solo l’arte.
Caldi applausi, dal pubblico del Comunale.
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