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Una recensione di L’isola di cemento, di J.G. Ballard: uno sguardo d'autore sulla Terra e i suoi abitanti, visti da quaggiù
Pubblicato il 06-08-2017
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L’isola di cemento (Concrete Island), scritto da J. G. Ballard e pubblicato nel 1974 (Feltrinelli, 2007, 155 pagine, 7,50 euro) è stato il soggetto letterario che ha dato vita alla nuova rappresentazione recentemente messa in scena a cura di “Color Lab”, laboratorio di Color Teatri, all'interno di Trame, la rassegna veneta e contemporanea di scambi di esiti di laboratori teatrali.
«Nessun uomo è un’isola», scriveva Hemingway, ma in questo romanzo di Ballard un uomo che è rimesso al mondo, da sopravvissuto a un incidente stradale, e diventa “l’isola”, quella che è costretto ad abitare in seguito all’evento che l’ha sbattuto fuori strada, su uno spartitraffico di cemento, c’è ed esiste/resiste come un novello Robinson catapultato in un nuovo mondo all’inizio ostile, e che poi diventa bonaccia nella tempesta, l’occhio del ciclone, l’unico mondo possibile.

Alienato all’improvviso, a causa dello scoppio di uno pneumatico, da una vita da “Robert Maitland” (trentacinquenne architetto benestante, tutto moglie e amante, lavoro e Jaguar), l’uomo che esce ferito dall’auto e si ritrova in uno spazio altrettanto alienato dalla città (Londra) e dalla civiltà, diventati puntini luminosi all’orizzonte, irraggiungibili.
Si crede perduto e solo, si ingegna per sopravvivere, in un luogo dove denaro, cravatte eleganti, bella faccia e gli status symbol della sua posizione vincente in società non gli servono più a niente e scopre presto che l’isola non è disabitata: la popolano Proctor-l’acrobata “bestiale” (un moderno Calibano) e Jane, una giovane prostituta squilibrata che è una via di mezzo tra Miranda e Ariel (tre personaggi protagonisti de La Tempesta, di Shakespeare). Lontani dall’essere presenze tranquillizzanti, questi due personaggi rappresentano in realtà degli ostacoli al termine del naufragio tra il cemento. Maitland ha anche il sospetto che siano presenze allucinatorie, create dalla febbre e dalla fame che lo stanno debilitando mentre passano i giorni, e la salvezza sembra sempre più un miraggio.
L’isola si rivela in breve un satellite della città dove approdano dopo lanci programmati oggetti-rifiuto, cibo-rifiuto (quello gettato dai finestrini dagli automobilisti di passaggio sul raccordo autostradale), persone-rifiuto. La critica a realtà e società metropolitane consumistiche e tecnicizzate è sempre stata uno dei temi cardine dell’opera di Ballard, che si è servito del genere della fantascienza per esplorare quello “spazio interno” del tutto umano che avvince e inquieta allo stesso tempo chiunque si appresti a indagarlo. L’isola, più che raffigurare una falla nel sistema, ne rappresenta la logica prosecuzione.
Da questo osservatorio privilegiato — potrebbe essere, senza licenze letterarie, una di certe isole ecologiche al contrario che spuntano alle costole delle città — si assume una posizione di dominio che consente anche al lettore di guardare, con un certo sconforto, “la Terra e i suoi abitanti da quaggiù”.
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